La mia estate subacquea con rEvo

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Sono passati più di due mesi da quella settimana di training, fatta di lezioni, configurazioni, esercizi e tanti, inevitabili errori.
Da quella settimana ho portato rEvo con me a Otranto ed in Calabria per un paio di immersioni durante l’ XR Wreck Tour 2018.
E poi per una decina di tuffi sul Promontorio di Portofino.


Tutti con l’assistenza del mio istruttore o di un buddy più esperto di me. Con la necessità di avere un supervisore durante la preparazione della macchina e la sicurezza di poter sempre chiedere supporto ogni volta che ne sentivo il bisogno. Con qualcuno di cui mi potessi fidare ciecamente sott’acqua qualora si potessero verificare degli scenari che mi avrebbero potuto mettere in difficoltà. Con qualcuno che controllasse il mio assetto e che mi potesse dare dei feedback.

La mancanza di fiducia non mi faceva sentire autonomo. Quante volte ho rimpianto il circuito aperto, la facilità con la quale assemblavo l’attrezzatura e la sicurezza con la quale mi tuffavo e scendevo in profondità.
Arrivare al diving center, con un’ora e mezza di anticipo sull’orario programmato per l’immersione, per assemblare la macchina mi faceva sentire un subacqueo neofita. La prova di tenuta del corrugato e la calibrazione mi mettevano ansia. I consumi erano diventati altissimi. Sott’acqua tutta la mia attenzione era rivolta a sentire il rumore dell’ADV o del solenoide e a controllare che la pressione parziale del mio Shearwater rimanesse costante. Non appena il mio computer mi segnalava che avrei dovuto affrontare la decompressione pensavo immediatamente a risalire di quota per non dover affrontare delle tappe troppo lunghe. Il mio assetto ne risentiva immediatamente.

Era ora di prendere in mano la situazione. Era ora di progredire e di tornare ad essere un subacqueo autonomo.
Così ho deciso di dedicare il mese di agosto a rEvo.

Sono sceso per la prima volta in circuito chiuso, senza la supervisione di un compagno più esperto, un tardo pomeriggio di inizio agosto. Un’immersione crepuscolare, di quelle che finiscono con un aperitivo in barca al tramonto, con il sole che si nasconde tra lo sfondo di Genova e più a Ovest di Capo Noli.
Appena risalito, con un calice di prosecco in mano, ho mandato un whatsapp a Giorgio, il mio buddy e supervisore. Gli scrissi che era andato tutto bene. La sua risposta, laconica, fu: “si vede che rEvo è veramente sicuro”.

Mi sono immerso in modo continuativo per una ventina di giorni.
Ogni volta con qualche certezza in più. I consumi si sono ridotti, ho trovato la pesata corretta, il mio minimum loop ed in certo senso il mio comfort. Il tempo necessario per l’assemblaggio ed il check si è notevolmente ridotto. Seguo queste procedure con maggiore disinvoltura e naturalezza.

A questo punto è giunto il momento di osare.
Il 20 agosto, insieme a Giorgio, mi immergo alla Secca dell’Isuela, nel Promontorio di Portofino. Un meraviglioso masso che sprofonda sino a più di 50 metri di profondità, ricoperto di enormi ventagli di gorgonie rosse, popolato da murene, cernie, dentici e barracuda ed avvolto da una nuvola di castagnole. A lato, poco distante dalla secca, ce n’è una seconda, più piccola, chiamata Isuelina. Ed oltre, dopo una pinneggiata sulla sabbia, si arriva alla parete del promontorio, in prossimità della Grotta dei Gamberi. Trascorro con scioltezza quaranta minuti ad una profondità compresa tra 45 e 50 metri. Quando ci riavviciniamo alla parete della secca per iniziare la risalita, so che dovrò affrontare una lunga decompressione. Una forte corrente la rende ancora più impegnativa. Ma sono finalmente sereno. La prova è superata.

È il momento di alzare nuovamente l’asticella. Tra un paio di giorni il diving center ha programmato un’immersione sul Genova, un piroscafo di quasi quattromila tonnellate affondato un centinaio di anni fa davanti alla baia di Paraggi, che giace su un fondale limaccioso a 60 metri di profondità.
È una splendida mattinata di sole, il mare è calmo e non c’è corrente. Man mano che io e Giorgio scendiamo in profondità mi rendo conto che la visibilità è eccezionalmente alta. Per la prima volta riesco e vedere la sagoma di questo relitto da una ventina di metri di distanza, mentre ci plano sopra. Il colpo d’occhio è imparagonabile. Il piroscafo è avvolto dalle castagnole, i dentici nuotano poderosamente a lato delle paratie.
Non mi era mai capitato di riuscire a vederlo così bene, in tutta la sua maestosità. Lo percorriamo dirigendoci prima verso prua e poi verso poppa soffermandoci su particolari che non ero mai riuscito ad identificare a causa delle ridotte condizioni di visibilità che solitamente questa zona di mare ci offre.
Rientriamo verso il pedagno dopo mezz’ora di fondo. Il percorso verso la superficie sarà lungo ed impegnativo. Per la prima volta dovrò affrontare una risalita di circa 50 metri in circuito chiuso. Cerco di mantenere un assetto discreto, senza contatto con la cima. Ci riesco sino alla sosta dei nove metri. Poi trovo conforto aggrappandomi.

L’impegno e la costanza premiano sempre. Passare dal respirare con le bombole all’utilizzo di un rebreather è stato, per me, molto difficile. È stato quasi come tornare agli inizi, come ricominciare da capo, come se anni ed anni di immersioni ed esperienze subacquee non fossero mai esistiti.
Ma i progressi di questo mese mi hanno dato nuove consapevolezze. Non arrivo più un’ora e mezza prima dell’orario previsto per l’immersione. Ora in quaranta minuti sono pronto. I miei consumi ora sono diventati contenuti. Ho ripreso a controllare il manometro ad intervalli regolari. Il mio assetto migliora di volta in volta. Ho anche gestito una risalita di 50 metri senza particolari difficoltà.

Insomma, sono pronto per altre esperienze, per altre immersioni, senza bolle.
Soprattutto sono pronto per ricominciare a godermi il meraviglioso mondo sottomarino.

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